LA FISICA SOPRANNATURALE
di Sabina Moser
Edizioni San Paolo, 2011
Il titolo del libro Fisica soprannaturale è un’espressione ad un tempo felice e provocatoria di un passo dell’opera weiliana La prima radice - composta a Londra nel 1943, pochi mesi prima di morire – che la Weil applica al contenuto dei Vangeli quale dottrina che permette di arrivare a conoscere i dinamismi dell’anima umana, tramite un metodo scientifico che si avvale dell’esperienza. Scrive infatti la Weil:
“Potremmo trovare nei Vangeli qualcosa che potrebbe esser detta fisica soprannaturale dell’anima umana. Come ogni dottrina scientifica, essa contiene solo cose chiaramente intelligibili e sperimentalmente verificabili” (La prima radice, Edizioni di Comunità, Milano 1980, p.228)
L’insegnamento contenuto nei Vangeli è concepito dalla Weil come invito e guida ad intraprendere un cammino metodico ed esperienziale (un vero e proprio itinerario scientifico, dunque!) che porta l’anima a fare il vuotodentro di sé per lasciarsi riempire e trasformare dalla grazia divina, la quale non può nondiscendere nell’anima che resta vuota e in attesa. (E’ un cammino di de-creazione, di ab-negazione).
La Weil è convinta, infatti, che esista “una meccanica spirituale, le cui leggi sono altrettanto rigorose di quelle dell’altra” (anche se diverse)[1] e che tali leggi possano essere individuate e studiate grazie al resoconto dell’esperienza di coloro che le hanno vissute, proprio come la scienza basa le sue certezze sui dati sperimentali raccolti dagli scienziati.
Perché, sembra chiedere la Weil, se crediamo a questi ultimi non dovremmo fidarci dei primi?
Parliamo, nel nostro caso, di un’esperienza da fare propria, ma già fatta in prima persona da santi e mistici di ogni tempo (tra i più grandi dei quali Simone annovera Platone e san Giovanni della Croce) che, proprio in quanto hanno raggiunto la perfezione – la quale, come la dimostrazione, lascia sempre senza parole debellando ogni forma di scetticismo – devono essere considerati veri e propri maestri dello spirito, perché testimoniano e rendono note quelle leggi che governano il mondo sovrannaturale che, altrimenti, rimarrebbero ignote ai più.
Presentando il misticismo come una forma di inattaccabile realismo metafisico, ciò che la Weil intende costruire è dunque una vera e propria scienza dell’anima, una scienza misticao, meglio ancora, una fisica soprannaturale dell’anima (come dice il titolo del libro, appunto).
Anzi, ad essere ancor più esatti, sfidando quanti pensano – ed oggi, come tutti sanno, è proprio questa la mentalità comune – che ciò che riguarda la più profonda interiorità dell’uomo, la vita dello (nello) spirito, sia automaticamente da considerarsi estraneo o antitetico ad un sapere di tipo scientifico, la filosofa francese si propone di fondare un metodo di analisi delle cose spirituali dotato della proprietà della certezza, da contrapporre all’ideale scientista della perfetta equivalenza tra scienza e conoscenza oggettiva in cui non c’è posto per il coinvolgimento del soggetto.
Per noi, eredi spesso acritici di una mentalità positivista-determinista viziata ancora dal mito della scienza portatrice di verità oggettiva e di progresso, il “programma” weiliano può dunque senz’altro apparire tanto azzardato quanto provocatorio, una vera e propria sfida alle uniche certezze contemporanee rimasteci.
Eppure, i più recenti risultati della fisica contemporanea (quelli che ci derivano, ad esempio, dalla meccanica quantistica), che la nostra pensatrice seguiva con grande attenzione, le danno ragione confermando la sua intuizione (convinzione): l’idea di una scienza oggettiva e neutrale basata sulla separazione soggetto-oggetto è oggi del tutto superata, così come superato è il principio di realtà della materia, come fondamento della concretezza e oggettività di quest’ultima.
Ciò a favore di un’idea del sapere e della realtà profondamente unitaria, in cui la natura è presentata come una “complessa rete di relazioni tra le varie parti del tutto” dove le relazioni “includono sempre l’osservatore come momento essenziale”[2].
Torna a riecheggiare qui un’idea molto antica (ma, evidentemente, sempre attuale) che i greci avevano raggiunto con la loro straordinaria intuizione filosofica, anziché con i metodi di una razionalità calcolatrice propri della scienza sperimentale. Stiamo parlando dell’idea di kosmos, ossia di quella congiunzione di ordine e bellezza che trova espressione nel miracoloso equilibrio che governa la natura (il mondo, la realtà) e che i greci associavano addirittura ad un’idea etica, ovvero all’idea di giustizia, quale manifestazione di una “saggezza eterna, unica, dispiegata attraverso l’universo intero in una sovrana rete di rapporti”[3].
Tale era intesa la divina provvidenza: non come un turbamento o una anomalia nell’ordine del mondo (come è intesa invece oggi, basti pensare a come vengono comunemente definiti i miracoli) ma come l’ordine stesso del mondo ed, anzi, come il principio ordinatore di questo universo. In un contesto del genere, l’oggetto proprio della scienza era la scoperta dell’ordine del mondo, non la materia, ed il fine dello scienziato era, conseguentemente, “l’unione del proprio spirito con la saggezza misteriosa, eternamente inscritta nell’universo” (La prima radice, cit.,p.225).
Non c’è da stupirsi, quindi, se in quel mondo l’investigazione scientifica assumesse addirittura la forma della contemplazione religiosa e se l’irreprimibile desiderio dell’uomo di voler conoscere, di voler sapere, appunto di investigare, avesse il carattere di un cammino etico-sapienziale che oggi, invece, è assente.
Dicevo non c’è da stupirsi, ma soprattutto non c’è da pensare che questo sia un segno della nostra superiorità nei loro riguardi, un segno di progresso, ovvero di un’avvenuta evoluzione (emancipazione). Anzi. Agli occhi della filosofa francese, il fatto che oggi la scienza, sposando un’ottica utilitarista e pragmatica, si presenti innanzitutto come colei che genera progresso e si autoalimenta di questo mito, il fatto che si vanti di essere un sapere neutrale rispetto ai concetti di Bene e Male e che, proprio in virtù di questo suo asserito distacco dal mondo dei valori pretenda di essere l’unico criterio di riferimento valido per poter giudicare e scegliere (anche in ambito strettamente etico); ed il fatto, infine, che il sapere autenticamente scientifico sia presentato spesso in conflitto con quello religioso, una sorta di “fede laica” nell’autosufficienza dell’uomo e nell’autoredenzione umana, non sono affatto un buon segno.
Al contrario, sono il segno che la nostra epoca è malata di idolatria e che la scienza è, appunto, la forma moderna che l’idolatria ha assunto oggi. Essa è diventata infatti l’assoluto mondanoche il genere umano adora, quello in cui tutti ripongono la loro fiducia e in nome del quale sono addirittura disposti ad abdicare allo spirito critico che, invece, dovrebbe sempre albergare nell’intelligenza umana (l’intelligenza umana dovrebbe custodire tenendolo sempre vigile e desto).
La conclusione è che “il prestigio della scienza oggi non ha increduli” (La prima radice, cit.,p.206) e questo contribuisce all’instaurarsi di una forma di totalitarismo, pericolosa perché difficilmente riconoscibile, che investe e condiziona tutto il nostro modo di vivere e di pensare.
La riprova di ciò è che la mentalità cosiddetta scientifica, con il suo mito(dogma) del progresso è oggi predominante e contribuisce non poco alla manipolazione e alla costituzione di una società nella quale è in atto un rovesciamento dei valori per cui “lo scienziato è fatto per la scienza (per aggiungervi qualcosa), non la scienza per lo scienziato (per renderlo saggio)”(Quaderni, vol.I, pp.139-140).
Si assiste, insomma, ad una vera e propria sostituzione della vecchia religione con la nuova religione laicadei nostri giorni, che di quella diventa il surrogato:
“gli scienziati credono alla scienza – osserva la Weil – come la maggior parte dei cattolici alla Chiesa, vale a dire credono alla verità cristallizzata in opinione collettiva infallibile” (Quaderni, vol.IV,p.174)
Ma, fa notare la filosofa francese, è proprio l’atteggiamento di sudditanza nei riguardi di questa “opinione collettiva in formazione” che la scienza è (tra parentesi: infatti, noi non possediamo un preciso concetto di scienza, vedi Vannini, Introduzione) a creare il grande fraintendimento, ovvero l’attribuzione di un valore dogmatico e sacro a qualcosa che, di fatto, non ne ha, perché esso è qualcosa che, invece, è innanzitutto “cosa sociale” e, come tale, è sottoposta alla moda (cfr. La prima radice. Cit.,p.122). Di qui la domanda che la Weil rivolge alla nostra attenzione: “Come è possibile avere un rispetto religioso per qualcosa che soggiace alla moda?” (Ibid).
Un rispetto così assoluto, un abbandono così totale dell’intelligenza, un’obbedienza (per usare un termine caro a Simone) così completa da investire addirittura l’esistenza può esserci solo di fronte alla certezza di un valore eterno come la Verità.
Altrimenti si tratta solo di autoillusione, inganno, idolatria, appunto. Di questo difatti si tratta (Simone insiste su questo punto): l’uomo, che con l’elaborazione del suo sapere scientifico, si è voluto liberare da quel senso di dipendenza che avvertiva nei confronti di qualcosa di più grande di lui, di cui egli pure si sentiva parte – la Natura – passando, in tal modo, da una condizione di sudditanza ad una di controllo e dominio di essa, non ha fatto altro che sostituire l’obbedienza alla Necessità cui la natura lo costringeva, con l’obbedienza alla società di cui egli fa parte. Così adesso l’uomo, anziché essere tormentato dalla natura è ormai tormentato dall’uomo.(Cfr. Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale,p.46).
In realtà,
“Nessun uomo sfugge alla necessità di concepire al di fuori di sé un bene verso cui volgere il pensiero con desiderio, speranza, supplica. Quindi si può scegliere solo tra l’adorazione del vero Dio e quella di un idolo” (Quaderni, vol.IV,p.205).
Ora, siccome l’idea di Bene non è quantificabile, perché è un’idea di qualità e non di quantità, ecco che occorre scegliere tra un sapere (come la scienza odierna) che si accontenta di studiare i fatticome tali e di aumentare il bagaglio di conoscenze estraniandosi dagli altri ambiti della conoscenza umana (ambito etico, religioso...) – con la giustificazione che tali settori della conoscenza e dell’esperienza umana non sono “oggettivi” – ed un sapere che, viceversa, sia scienza e sapienza insieme, capace non solo di spiegare il funzionamento del mondo, ma anche di guidare l’uomo a compiere scelte buone (ovvero orientate al bene) e a comprendere la profondità di se stesso, ovvero l’architettura della sua anima.
E’ proprio questo secondo sapere che la Weil intende proporre con l’elaborazione di una scienza non più basata sulla logica oppositiva, finita, ma sulla dialettica o logica dello spirito, che dà luogo ad una vera e propria fisica soprannaturale dell’anima.
A suo avviso, la scienza dovrebbe infatti tornare a riappropriarsi del carattere etico-sapienziale che era proprio della scienza greca, la quale – non dimentichiamolo – è il fondamento della nostra ed è inferiore a quest’ultima soltanto per la quantità delle conoscenze, mentre – scrive Simone –
“per carattere scientifico, nel significato che questa parola ha oggi per noi, quella scienza era pari e anche superiore alla nostra. Era più esatta, più precisa, più rigorosa. L’uso della dimostrazione e quello del metodo sperimentale erano concepiti ambedue con una chiarezza perfetta” (La prima radice, cit.,p.210).[4]
Bisogna quindi ammettere, con umiltà, che quello che noi chiamiamo progresso scientificoci ha fatto perdere di vista qualcosa di importante, anzi, qualcosa di essenziale per la vita dell’uomo: mi riferisco al cammino di ricerca della Verità, in cui si può progredire solo se si è mossi da amoreper la medesima, giacché – scrive Simone –
“L’acquisto della conoscenza fa avvicinare alla verità solo quando si tratta della conoscenza di quel che si ama, e non in altri casi” (La prima radice, cit.,p.218).
Ora, noi sappiamo che proprio questo fu il motore ed il motivo disinteressatoche spinse l’antico sapiente-filosofo (l’uomo antico) ad indagare per cercare di elaborare un sapere che si approssimasse alla verità. Ma questo continua ad essere e sarà sempre anche il motivo che spinge ancor oggi ogni uomo a rientrare in se stesso per cercare di scoprire qual è il fine della vita umana e il senso del suo essere nel mondo.
Solo abbandonando la frammentazione dei saperi che oggi pare caratterizzare l’universo scientifico (ed è presentata addirittura come una conquista) e recuperando l’importanza che l’intuizioneha nell’attività conoscitiva (lo spinoziano 3° genere di conoscenza, per intenderci) è possibile riscoprire la bontà di una convinzione che negli antichi era molto chiara e radicata: le leggi che governano l’universo sono anche quelle che governano l’anima dell’uomo, perché – ce lo insegnava già Aristotele: “L’anima è in qualche modo tutte le cose” – il rapporto tra l’anima e le cose è “in qualche modo indissolubile”.
Per questo motivo, l’antitesi che la mentalità scientista oggi suggerisce tra un sapere di tipo scientifico ed uno salvifico-sapienziale non ha motivo di essere ed, anzi, possiamo con ragione parlare di metodo e rigore scientifico anche a proposito delle “cose spirituali”, possiamo cioè parlare davvero di una fisica soprannaturale dell’anima umana:
“Invero, fin da una remota antichità ben anteriore al cristianesimo, e fino alla seconda metà del Rinascimento si è sempre riconosciuto universalmente che esiste un metodo nelle cose spirituali e in tutto quello che è in rapporto col bene dell’anima. Il dominio sempre più metodico che gli uomini esercitano sulla materia dal XVI secolo in poi ha fatto credere loro, per contrasto, che le cose dell’anima siano o arbitrarie o abbandonate ad una qualche magia, all’immediata efficacia delle intenzioni e delle parole.
Non è così. Tutto nella creazione è sottoposto al metodo, compresi i punti d’intersezione fra questo e l’altro mondo. Questo vuol significare il termine logos, il quale vuol dire relazione, ancor più che parola. Ma il metodo muta col mutare del suo campo di applicazione. Man mano che ci si innalza, esso cresce in rigore e precisione. Sarebbe una cosa ben strana che l’ordine delle cose materiali recasse un maggior riflesso di saggezza divina di quanto non ne abbia l’ordine delle cose dell’anima. E’ vero invece il contrario” (La prima radice, cit.,p.164).
Sabina Moser
[1] La differenza consiste nel fatto che le leggi della meccanica spirituale condizionano il verificarsi del bene puro come tale (Quaderni, vol IV, p.338)
[2] F:Capra, Il tao della fisica, Adelphi, Milano 1982, pp.81-82.
[3] La prima radice, cit.,p.244.
[4] “La scrittrice francese arriva a sostenere che il rigore e la certezza dell’investigazione filosofica antica sono talmente grandi che le scienze moderne non le si avvicinano neppure da molto lontano” (La fisica soprannaturale,p.68, cit. da S:Pétrement, p.524).
Sull’autrice: SABINA MOSER (Firenze 1961) insegna Religione Cattolica al Liceo-Ginnasio «Michelangiolo» di Firenze. Oltre a saggi su «Paradosso», «Filosofio e Teologogia», «Rivista di Ascetica e Mistica», ha pubblicato I Proverbi della Bibbia (Newton Compton, Roma 1995); Sigmund Freud. Il problema della felicità (Loffredo, Napoli 1997); Edith Stein. La sapienza della croce (in: Cristo nella filosofia contemporanea, a cura di S. Zucal, San Paolo, Cinisello Balsamo 2002); Simone Weil: Lezioni di filosofia (in: Simone Weil. Scendere verso l'alto, a cura di G.M. Reale, Campanotto ed., Pasian di Prato 2008) e, insieme a Beatrice Iacopini, Uno sguardo nuovo. Il problema del male in Etty Hillesum e Simone Weil (San Paolo, Cinisello Balsamo).
Recensioni: vedi allegati
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