Filosofia e Religiosità di Scientology - prima parte
di Gabriele Segalla
INTRODUZIONE
L. Ron Hubbard attribuisce alla filosofia un ruolo primario nello studio dei principi che stanno alla base della natura spirituale dell'uomo. Dal greco phìlos - amico e sophìa - saggezza, filosofia è:
Amore o ricerca della saggezza oppure ricerca dei principi e delle cause che stanno alla base della realtà.1
SOMMARIO |
Il filosofo francese Henri Bergson, premio nobel per la letteratura nel 1927, rivolgendosi a degli studenti spagnoli nel 1916 affermò:
Come io la intendo, la filosofia esige ... che non ci si ritragga mai di fronte allo studio di un oggetto nuovo, e persino di una nuova scienza. A mio vedere, il filosofo è innanzitutto un uomo, che è sempre pronto, a qualsiasi età, a rifarsi studente.2
Il filosofo e pedagogista americano John Dewey affermava: "La filosofia riacquista la sua vera natura allorché smette di essere uno strumento che si occupa dei problemi dei filosofi e inizia a diventare un metodo - coltivato dai filosofi - per occuparsi dei problemi degli uomini". Analogamente, nell'articolo intitolato La mia filosofia, Hubbard scrive:
Tutto quel che sappiamo in materia di scienza o di religione ci viene dalla filosofia. Essa è alla base ed al vertice di qualsiasi altra forma di conoscenza che possediamo o che utilizziamo. A lungo considerata argomento per intellettuali, confinata nelle aule del sapere, la filosofia è rimasta in larga misura inaccessibile all'uomo della strada. Circondata dall'impenetrabile scorza protettiva dell'erudizione, essa è stata prerogativa di pochi privilegiati. Il principio cardine della mia filosofia è che la saggezza è destinata a chiunque desideri raggiungerla. È al tempo stesso servitrice dell'uomo comune e dei re, e non dovrebbe mai essere guardata con timore reverenziale.3
In un altro scritto, intitolato Che cosa significa essere uno scientologo, del 1968, Hubbard afferma:
Se osservate attentamente i filosofi greci ..., scoprirete che le speranze e le aspirazioni che abbiamo in Scientology sono molto simili alle loro. Noi lottiamo per le stesse cose per cui essi hanno lottato, per le cose che essi hanno cercato di raggiungere nella vita. Apparteniamo alla migliore tradizione della filosofia dell'uomo per quanto riguarda l'argomento uomo... I primi filosofi cercavano di sviscerare alcuni dei dati fondamentali relativi all'universo e di capirli. Cercavano di mettere insieme le cose. In realtà noi stiamo lavorando in successione diretta, molto diretta, da una posizione collocabile in un arco di tempo di circa 2500-3000 anni di quella che è considerata la filosofia formale ...
I primi quesiti filosofici che l'uomo si è posto sono stati proprio quelli relativi alla sua natura, alle sue origini e ai suoi fini. Perché c'è "qualcosa" e non il nulla? Chi siamo? Siamo fatti solo di materia organica o siamo anche dotati di un'essenza spirituale? E se quest'essenza, questa "cosa" che comunemente chiamiamo "anima" esiste veramente, qual è la sua natura? Qual è la sua relazione o il suo legame con il corpo? Quali sono i suoi fini ultimi? E qual è la sua relazione o il suo legame con quell'altro "concetto" che chiamiamo, l'Uno, l'Eterno, l'Assoluto, Dio?
È bene innanzitutto puntualizzare che quello di anima è un concetto precedente allo sviluppo della religione ebraico-cristiana e presente in molti culti politeistici, nel pensiero mitologico e nelle più antiche civiltà, ad esempio presso gli Egizi, come dimostrato dai loro riti funerari e dalla loro concezione della vita dopo la morte.
Ma, almeno per quanto riguarda lo sviluppo culturale occidentale, è in Grecia che il concetto di anima è stato per la prima volta profondamente indagato, studiato ed elaborato in termini filosofici. E fin dall'inizio della sua storia in Grecia, il concetto di anima è stato intimamente e profondamente unito a quello della divinità, come traspare chiaramente, ad esempio, nella stessa filosofia platonica, in cui l'anima umana era ritenuta cosa divina.4
ETIMOLOGIA DEI TERMINI PIÙ COMUNEMENTE USATI IN FILOSOFIA PER ESPRIMERE IL CONCETTO DI SPIRITO O ANIMA
Le radici etimologiche del termine anima ci conducono al greco anemos, ‘vento', ‘soffio'. Il termine anemos a sua volta deriva dalla voce sanscrita5 aniti, ‘egli soffia'. Lo stesso termine induista o buddista atman ha alla base la nozione di respiro, di aria, tant'è vero che lo ritroviamo nel nostro termine ‘atmosfera' e nel tedesco atmen, ‘respirare'.
Anche il suo sinonimo italiano spirito ha un significato etimologico assai simile: dal latino spiritus, ‘respiro, vento, soffio'.
Un altro termine greco comunemente usato per esprimere la nozione di anima è psiche dal greco psychein, ‘soffiare'.
In greco, il termine psyche è usato con il significato di anima ma anche di "farfalla", una creatura cioè che subisce una metamorfosi, abbandonando un corpo larvale, imperfetto (la crisalide), e diventando una creatura compiuta, alata, libera. Non a caso, Dante definiva l'anima come "l'angelica farfalla": "Non v'accorgete voi che noi siam vermi - nati a formar l'angelica farfalla, - che vola alla giustizia sanza schermi?".6
Un altro termine utilizzato per esprimere il concetto di anima è il termine greco pneuma, stante a significare originariamente ‘aria, soffio, respiro, spirito, vita'.
Rileviamo dunque che la nozione di anima è sempre collegata originariamente all'idea di respiro, di soffio o, in generale, di aria; vale a dire qualcosa che c'è ma non si vede, qualcosa di inafferrabile, impalpabile, sfuggente.
Da cui, ad esempio, l'espressione "esalare l'ultimo respiro", oppure l'immagine del "soffio vitale" che Dio infonde all'uomo nel momento della creazione e che incontriamo nel primo libro della Bibbia, la Genesi.
L'anima viene pressoché sempre rappresentata, nelle varie culture occidentali, come un'entità leggera, eterea, incorporea, una miniatura della persona, spesso dotata di ali che, nel momento della morte, vola verso l'alto o viene condotta in cielo da angeli premurosi.
LE PRINCIPALI CONTROVERSIE SUL CONCETTO DI ANIMA E IL SIGNIFICATO FILOSOFICO DI "SOSTANZA"
Le principali controversie sul concetto di anima, per cui sono stati versati, oltre che fiumi di inchiostro, anche fiumi di sangue, sono state principalmente tre:
- È sostanza?
- È immortale o mortale?
- È individuale o universale?7
Prima però di addentrarci nell’esame delle varie concezioni dell’anima umana nel mondo occidentale, è bene comprendere cosa significhi il termine “sostanza” in filosofia. Concetto questo, veramente fondamentale per la successiva comprensione delle varie concezioni della natura dell’anima umana.
La parola sostanza deriva dal latino substantia, 'essenza', derivato di substare, 'stare sotto', propriamente "ciò che sta sotto (alla realtà visibile, all'apparenza)".
"Ciò che è stabile e duraturo in un oggetto (distinto da ciò che è accessorio, contingente); quella parte di un oggetto che non muta anche quando i suoi aspetti meno rilevanti cambiano ".
È Aristotele il filosofo che per primo esaminò in termini molto rigorosi la nozione di sostanza, sviluppando quella che è chiamata addirittura la dottrina della sostanza.
Ai nostri fini, tuttavia, basti ricordare che il senso ultimo del termine sostanza è facilmente intuibile perché esprime ciò che, nel linguaggio comune, si dice "essenza" di qualcosa.
L'essenza è ciò che fa essere qualcosa quello che è. Ciò che, ad esempio, fa sì che un cane sia un cane e non altro, o che un triangolo sia un triangolo e non altro, o che una pietra sia una pietra e non altro.
Per sostanza, in altre parole, si intende ciò che è "causa sui" (causa di se stesso), ovvero ha la causa di sé in se stesso e non in qualcos'altro. Sostanza è ciò che non ha bisogno di null'altro per esistere. È causa sufficiente di se stesso.
In conclusione, per semplificare, quando si dice che l'anima è o non è una "sostanza", si intende affermare che l'anima è o non è una realtà a sé.
Se noi, ad esempio, affermassimo che un'anima è separabile dal corpo e indipendente dal corpo, ciò sarebbe equivalente ad affermare che essa è una realtà a sé, che può esistere separatamente da tutto il resto; ebbene, in tal caso, saremmo filosoficamente legittimati ad affermare che l'anima è sostanza.
Se noi invece affermassimo che l'anima non può esistere separatamente, ma esiste in relazione a un'altra realtà, ad esempio quella del corpo, ebbene in tal caso, diremmo che l'anima non è sostanza. Ha bisogno di qualcos'altro per essere definita. Sarà una parte, sarà un principio, sarà un accidente, sarà un attributo, sarà una funzione del corpo, sarà un mero simbolismo linguistico, ma non sarà una sostanza a sé, in quanto non può sussistere senza il corpo. Ha bisogno della realtà corporea per essere definita.
Vedremo comunque meglio in seguito entrambe queste concezioni (anima sostanza e anima non-sostanza) e da chi sono state principalmente concepite e sviluppate in termini filosofici e teologici.
PLATONE (427-347 a.C.)
Platone è stato definito il "maestro greco dell'anima". A Platone si deve la prima trattazione del mondo soprasensibile o "mondo delle idee" e a lui si deve la prima concezione spiritualistica e filosofica dell'anima come sostanza immateriale, semplice e immortale, distinta nettamente dalla realtà corporea.
Che cos'è l'anima per Platone?
L'anima è ciò che si muove da sé. Ogni corpo che si muove di per sé dal di dentro è animato: questa è la natura dell'anima.8
Un sasso non si muove di per sé, bisogna che io gli dia un calcio perché esso si muova. Ma una farfalla, ad esempio, si muove di per sé, quindi è un essere "animato", dotato cioè di anima.
Non si può curare l'uomo nella sua interezza senza curare anche l'anima. Platone dice con grande fermezza che molti dei mali del corpo si possono curare solo curando i mali dell'anima. L'uomo deve, secondo Platone, accordare l'armonia del corpo con quella dell'anima.
"L'anima è una realtà individuale, unita al corpo che la ospita, ma da questo separabile" e quindi, per la definizione di sostanza sopra esposta, l'anima, per Platone, è sostanza. Sostanza capace di trascendere il corpo stesso. Platone sottolinea fortemente questo aspetto della separabilità dell'anima dal corpo.
Nell'uomo essa è la parte più nobile, l'unica capace di conoscere, ossia di cogliere i significati veri delle cose (le idee eterne e universali), capace cioè di comprendere il mondo delle idee, che è poi, per Platone, la vera realtà universale, distinta da quella illusoria dell'universo fisico che percepiamo comunemente.
Durante il tempo che trascorre libera dalla materia, fra una reincarnazione e l'altra, l'anima ha la possibilità di una diretta conoscenza del mondo soprannaturale, apprendendo così la vera realtà del mondo delle idee.
È un'entità immortale ma non personale9 (come vorrà invece il Cristianesimo più tardi), poiché, nel corso della sua esistenza, essa aderisce non a una sola persona, a un solo individuo, ma a innumerevoli.
Potrebbe ad esempio aderire, in una vita, al corpo, cioè alla "persona", di un cavernicolo e poi, in una vita successiva, al corpo di un barcaiolo, e poi di un lottatore, e poi di un filosofo, e così via.
Nel Fedone, Platone afferma che la morte non è una rovina, ma una liberazione, perché con la morte l'anima può finalmente spezzare i legami che la tengono prigioniera della materia corporea. L'anima infatti è "inchiodata al corpo attraverso i chiodi del piacere e del dolore, capaci di saldarla ad esso fino a farla diventare corporea".
L'anima, essendo in grado di conoscere le idee, che sono eterne ed immutabili, è necessariamente simile al divino e all'immortale.
A questo proposito è doveroso ricordare che Platone fu il primo filosofo a coniare il termine "teologia", da theos, dio e da logos scienza, conoscenza, discorrere: scienza e studio della natura di Dio. Platone afferma che di Dio possiamo solo sapere e dire ciò che è sommamente giusto, e in nessun modo ingiusto, per cui da lui possono giungere solo beni. Tutto il resto è mitologia e menzogna.10
Nel Fedro, Platone illustra la sua concezione dell'anima umana con il mito della biga alata. Descrivere completamente l'anima sarebbe impresa divina, afferma il filosofo, ma possiamo fare un tentativo:
Possiamo pensare l'anima come una biga alata, composta da due cavalli, uno bianco e uno nero, e un auriga. L'auriga rappresenta il Nous, la mente, la ragione, la parte intellettiva, a cui spetta il compito di governare la biga; il cavallo bianco la tendenza verso la spiritualità (cioè le passioni cosiddette nobili, come il coraggio e lo sdegno); ed il cavallo nero la tendenza alla materialità (le passioni meno nobili, prima fra tutte la concupiscenza).
La biga è alata perché percorre un cammino celeste, che la conduce verso la pianura della verità.
L'anima che ha contemplato il mondo delle idee più a lungo (dotata di un cavallo bianco più forte) darà luogo, incarnandosi, alla figura di un saggio; viceversa, dalle anime che hanno potuto osservare di meno (con un cavallo nero più forte, più scalpitante, più riottoso) si svilupperanno uomini sempre più negativi e degradati.
Platone pertanto sostiene l'aspetto innatistico delle qualità umane: gli uomini migliori sono tali fin dalla nascita. La qualità superiore di alcuni esseri umani dipende dalle virtù della loro anima nelle vite precedenti.
Il mito suggerisce inoltre la possibilità di un premio (o di un castigo): questo circolo virtuoso ha come premio finale la possibilità per l'anima di sfuggire al ciclo delle reincarnazioni. La sua è dunque un'unione accidentale con il corpo, così come accade ad un nocchiero che, pur essendo legato alla propria nave, ne è distinto e superiore.
È nell'anima che risiede la vera realtà dell'uomo. Il corpo ne è solo un "carcere".
La rinascita in un corpo umano implica l'oblio delle idee eterne. L'anima, al momento del parto, beve l'acqua del fiume Lete11, che offusca la coscienza.
La verità tuttavia non è persa per sempre; sopravvive nelle profondità dell'anima e può essere ricordata tramite la percezione. In questo ricordo (in greco anamnesi) consiste la conoscenza12. Conoscere è dunque equivalente ad un ricordare.
Nel suo viaggio nel mondo iperuranico13, l'anima ha conosciuto le idee, ma, incarnandosi in un nuovo corpo, le ha dimenticate. E ora, le va poco per volta riscoprendo, ricordando, stimolata dalla sensazione e spinta dall'amore (cioè dal desiderio di bellezza).
La conoscenza in conclusione deriva non dall'esperienza, ma da un sapere preesistente, prenatale, e connaturato all'intelletto. Lo strumento con il quale l'uomo conosce è l'anima.
La teoria della reminiscenza di Platone dunque spiega la capacità della ragione umana di giungere a verità universali. Così, ad esempio, lo schiavo Menone, del tutto ignorante di matematica, giunge alla dimostrazione del teorema di Pitagora, col solo aiuto di Socrate, che lo stimola a "ricordare" principi geometrici che egli di certo non aveva mai appreso in precedenza, in questa vita.
Nella filosofia platonica troviamo uno stretto legame tra il piano conoscitivo e il piano etico, l'idea cioè che la conoscenza sia connessa ad un processo di ascesi morale: per Platone infatti "verità e virtù sono l'alimento dell'anima".
Aspetti di queste dottrine platoniche si troveranno in seguito anche nella filosofia cristiana e in particolare, come meglio vedremo più avanti, in Sant'Agostino (354-430 d.C.), che considererà le idee come modelli eterni delle cose sensibili, da collocarsi però non nell'iperuranio ma all'interno della divinità (esse saranno identificate da Agostino con la seconda persona della Trinità, cioè il Verbo, il Logos).
E ovviamente si trovano ulteriori interpretazioni ed elaborazioni della filosofia platonica nel neoplatonismo (Plotino 203-270), in cui verrà comunque maggiormente privilegiata e sviluppata la componente mistica e spiritualistica rispetto a quella razionale. Rimandi diretti al pensiero di Platone si troveranno ancora in filosofi moderni come Kant, Hegel, Schopenhauer.
ARISTOTELE (384 - 322 a.C.)
Ma un discepolo di Platone, Aristotele, considerato uno dei più grandi filosofi che siano mai esistiti, sviluppò una concezione dell'anima opposta, per certi versi, a quella platonica. Egli, partendo dalla critica della concezione spiritualistica del suo maestro, elaborò una teoria della conoscenza totalmente nuova, basata sull'osservazione empirica, sull'esperienza e non più sulle astrazioni del mondo delle idee.
Mentre per Platone l'anima era una realtà individuale, quindi una sostanza a sé, separabile dal corpo, per Aristotele l'anima non è sostanza, non designa una realtà a parte, distinta dal corpo, ma al contrario, l'anima è la "forma" del corpo.
Per forma (morphè) qui si deve intendere non l'aspetto esteriore, ma la sua logica interna, la spinta dinamica che realizza la sua potenzialità, il principio vitale che ne determina la struttura e il movimento, come cercheremo di spiegare qui appresso.
Vediamo di schematizzare questo concetto aristotelico, certamente non di facile e immediata comprensione:
Con l'asserzione che l'anima sia la forma del corpo si intende che essa è "forma incorporata nella materia", o, in altre parole, ciò che organizza la materia informe allo scopo appunto di darle una forma, di rendere cioè possibili le funzioni vitali del corpo e ottenere così il sinolo14 uomo: risultato appunto dell'unione di anima e corpo, di forma e materia.
L'anima è dunque per Aristotele un principio che "informa", vivifica un determinato corpo.
Conseguentemente, corpo e anima formano, per Aristotele, un'unità indissolubile. E per la prima volta Aristotele integra il corpo umano nella definizione di anima, rendendoli complementari e necessari l’uno all’altra.
La forma non è l'aspetto esteriore di un sinolo, ma l'intera struttura che lo fa essere quello che è. Un uomo è tale solo per la sua forma, così come una candela è tale solo per la sua forma, indipendentemente dalla materia di cui è composta.
Non ci si deve chiedere se l'anima e il corpo siano un'unità, più di quanto lo si chieda nel caso della cera e della forma che essa assume ...15.
Se non ci fosse l'anima che è la forma, il principio costitutivo, anche il corpo non esisterebbe in senso stretto, ma sarebbe solo un ammasso organico insignificante16.
Possedere un'anima vuol dire dunque, per Aristotele, possedere un'abilità. Come ogni strumento ha una sua funzione, che è l'atto o attività dello strumento (come, ad esempio, funzione del coltello è quella di tagliare, funzione del piede è camminare, funzione dell'occhio è vedere), così il corpo, in quanto strumento, ha come sua funzione quella di vivere e di pensare.
L'anima sta al corpo come l'atto della visione sta all'organo visivo. Non ci può essere corpo vivo senza anima, così come non ci può essere anima senza corpo vivo.
L'anima non è altro che l'insieme delle "capacità" di vivere del corpo. Ecco dunque che, in sintesi, per Aristotele, la psicologia (lo studio dell'anima) è equivalente alla fisiologia (lo studio cioè delle funzioni corporee), posto che l'anima e le sue parti non sono altro che capacità fisiche.
Essere animato significa essere un corpo con certe capacità (ad esempio capacità di muoversi, di percepire attraverso i sensi, di pensare e coordinare il proprio movimento con il pensiero, ecc.).
Per conseguenza, l'anima, in quanto forma del corpo, non può sopravvivere al corpo, cui è così intimamente connessa da formarne un unicum (unità), un sinolo appunto.
L'anima non può esistere separatamente dal corpo, più di quanto un'abilità possa esistere separatamente dall'uomo che la possiede. Semplicemente, per Aristotele, l'anima non è un genere di cose che potrebbe sopravvivere. Come potrebbero infatti le mie abilità, il mio temperamento o il mio carattere sopravvivermi? Come potrebbe il camminare sopravvivere al mio piede? O come potrebbe il vedere sopravvivere al mio occhio?
LA CRUCIALE "CONTRADDIZIONE" ARISTOTELICA: L'INTELLETTO ATTIVO
Aristotele tuttavia, nella sua concezione dell'anima umana, intesa come forma del corpo e quindi vincolata indissolubilmente al corpo, scivola in una specie di contraddizione, un'illogicità, un'antinomia veramente sorprendente (considerando soprattutto che proviene da colui che è stato definito il padre della logica).
Esiste per Aristotele una "parte" dell'anima (o forse sarebbe meglio dire addirittura un'altra anima?), che egli chiama "intelletto attivo"17, un intelletto non mescolato con il corpo, separabile dal corpo, pensiero puro, che rappresenterebbe il pensiero vero e proprio, la funzione intellettiva e attiva dell'anima.
E questa funzione intellettiva e attiva dell'anima (a differenza di quella precedentemente esaminata e descritta come forma del corpo) è disgiunta, "separabile" dal corpo, tant'è che in essa si manifestano caratteristiche divine:
... Solo il pensiero proviene dall'esterno. E solo esso è divino; infatti l'attività corporea non ha nulla in comune con l'attività del pensiero"18.
"... ed esso solo è immortale ed eterno19.
Ciò è in netto e palese contrasto con quanto precedentemente asserito a proposito dell'anima intesa come forma del corpo, funzione cioè del corpo così come il camminare è funzione del piede o il vedere è funzione dell'occhio e pertanto non sopravvivente al corpo così come il camminare non può sopravvivere al piede o il vedere non può sopravvivere all'occhio, ecc. ecc.
La trattazione di Aristotele su ciò che egli chiama intelletto attivo appare in effetti contraddittoria e inconciliabile con tutta la sua psicologia precedente. Se l'intelletto attivo sia dell'uomo, di Dio o di entrambi, se sia un'anima universale o meno, quale sia il significato di quella separabilità che Aristotele gli attribuisce, sono problemi che egli non si è posto e che saranno a lungo dibattuti nella scolastica araba20 e cristiana, e nel Rinascimento21.
Giustamente un critico dell'antichità22 lo accusò con le parole:
[Aristotele] avvolge la difficoltà dell'oggetto con l'oscurità del linguaggio, mettendosi così al riparo da confutazioni, producendo oscurità, come un calamaro, per rendere più difficile la sua cattura.
Approfondendo tuttavia la contraddittoria teoria aristotelica dell'anima (e soprattutto le sue conseguenze storico-filosofiche), ci si accorge che essa è stata tanto equivoca sul piano logico, quanto cruciale e determinante sul piano storico. Proprio l'oscurità e l'incongruenza di questa trattazione infatti permetterà quella sufficiente adattabilità e compatibilità del pensiero aristotelico con il pensiero teologico medioevale cristiano, soprattutto in merito alla altrettanto oscura questione dell'immortalità dell'anima, sviluppata, su basi squisitamente aristoteliche, da San Tommaso d'Aquino nel XIII secolo. Questi infatti, permeando magistralmente la lacunosità del pensiero aristotelico, riuscirà a delineare e strutturare filosoficamente i principi della dottrina cattolica dell'anima, integrandoli sia con le Sacre Scritture sia con l'autorevole filosofia aristotelica. La mirabile sintesi biblico-aristotelica che ne derivò venne consacrata, come vedremo meglio più avanti, dottrina ufficiale della Chiesa cattolica23.
LA SCUOLA DI ATENE
Nell'affresco "la scuola d'Atene" (1509), nella stanza della Segnatura dei Palazzi Vaticani, Raffaello sintetizzò le due tradizioni del pensiero filosofico, il platonismo e l'aristotelismo, ritraendo i due maestri greci in un gesto esemplare.
Platone e Aristotele, al centro dell'opera, sono le uniche due figure di filosofi rappresentati con il cielo dietro le loro teste, in sottofondo, a significare appunto che essi furono i sommi maestri. Ma non solo ...
Si nota che Platone ha l'indice della mano destra rivolto verso l'alto. A significare con questo gesto uno sviluppo del sapere in senso "verticale", gerarchico, metafisico, spiritualistico, dualistico (ad esempio: l'anima e il corpo, il mondo materiale e il mondo delle idee, il bene e il male, il cavallo bianco e il cavallo nero).
La mano destra di Aristotele è invece rivolta in senso orizzontale volendo così esprimere, in contrapposizione a quello platonico, uno sviluppo del sapere in senso orizzontale, laico - scientifico, naturalistico, terreno, monistico (non dualistico).24
Si sottintende così che, seppur con una certa semplificazione, tutte le varianti del pensiero filosofico possono essere ricondotte ai due orientamenti fondamentali, simboleggiati dal gesto della mano, verso l'alto di Platone, verso la terra di Aristotele.
Con un'unica grande eccezione, come abbiamo già visto e come vedremo meglio più avanti: la teologia cattolica, che rigettò la teoria platonica dell'anima separabile dal corpo e accettò la tesi aristotelica dell'anima come forma del corpo, ma comunque in grado, dopo la morte, di sussistere per suo conto, in quanto esercitante operazioni sue proprie, per le quali non ha bisogno di alcun organo corporeo, e dunque in perfetto parallelismo con il nous poieticòs di Aristotele.25
In sintesi e semplificando, per la dottrina cattolica, la teoria orizzontale aristotelica relativa all'anima come forma del corpo vale fino alla morte del corpo, allorché entra in scena, per atto divino, quella verticale, di tipo platonico, dell'intelletto attivo, consentendo così di giustificarne l'immortalità, o meglio la sussistenza fino al giorno del Giudizio.
GNOSTICISMO (I-IV SEC. d.C.)
Il termine gnosticismo deriva dalla parola greca "gnosis", che significa conoscenza, la conoscenza cioè che i suoi seguaci perseguivano come unica strada di salvezza. La Gnosi non è una forma di conoscenza speculativa (teorica), bensì una conoscenza tramite osservazione o esperienza; essa implica un processo intuitivo interiore di conoscenza di sé. E conoscere se stesso, affermano gli gnostici, significa conoscere la natura e il destino dell'uomo.26 È dunque una forma di conoscenza che di per sé conduce alla salvezza.27
Oggi si definisce gnostico chi crede nella salvezza attraverso la conoscenza.
Si definisce invece agnostico chi dichiara di non sapere nulla e di non poter sapere nulla sulla realtà o sulla natura delle cose.
Formatosi alla fine del I secolo d. C. nell'estremità orientale del bacino mediterraneo, lo gnosticismo si sviluppò in diversi movimenti e gruppi, che si diffusero su un ampio territorio, sino ad arrivare alla Spagna, alla Gallia, all'Italia.
Ispirato soprattutto dalla filosofia greca (pitagorica e platonica) e dalle religioni orientali, lo gnosticismo si diffuse particolarmente in Egitto, terra che diede i natali alle figure più note di gnostici cristiani di quel periodo: Basilide, Valentino, Tolomeo, ecc.
E fu qui, a circa 450 km a sud del Cairo, a Nag'Hammadi, che, nel 1945, venne ritrovata una vera e propria biblioteca gnostica: si trattava di 13 papiri, contenuti in una giara di terracotta, sepolta sotto la sabbia.
Le analisi chimiche effettuate sulle legature di cuoio e sulle scritture dei papiri li fanno risalire al 350-400 circa d.C. Erano traduzioni in copto (antica lingua egiziana) di manoscritti originali scritti in greco e ancora più antichi, databili cioè tra il 180 ed il 140 d.C.
Il tutto è costituito da 50 testi, tra cui ricordiamo i più significativi: il Vangelo apocrifo28 di Giovanni, il Vangelo secondo Tommaso, il Vangelo di Maria, il Vangelo di Filippo, il Vangelo della Verità e l'Apocalisse di Giacomo. La giara di Nag'Hammadi ci ha fornito preziosissime informazioni sul pensiero gnostico cristiano, che altrimenti sarebbe andato perduto e dimenticato.
Si ipotizza che questi testi appartenessero alla biblioteca di un monastero della zona, e che i monaci li avessero nascosti per salvarli dalla distruzione, quando lo gnosticismo aveva dovuto rifugiarsi nella clandestinità perché considerato una pericolosa eresia dall'ortodossia cattolica.
Vediamo ora di capire quali erano i principi generali su cui si basava lo gnosticismo e perché i suoi aderenti furono considerati talmente pericolosi e sovversivi da venir perseguitati dalla Chiesa cristiana ufficiale, nel corso dei secoli successivi, fino al medioevo, in forme talmente violente e repressive da assumere talvolta gli inquietanti aspetti del genocidio.
Secondo le credenze gnostiche sirio-egiziane, all'inizio vi era un universo spirituale fatto di luce, di perfezione e di unione, denominato "Pleroma"29. Su questo universo governava il vero dio, l'Uno, circondato da esseri spirituali denominati "eoni"30.
Ma uno di questi eoni generò il "demiurgo"31, cioè il dio malvagio che creò l'universo materiale, un universo fatto di disunione, divenire e morte.
Molti eoni del Pleroma caddero prigionieri in questo universo, in corpi di carne, pur conservando comunque una scintilla di luce divina (il pneuma), della quale tuttavia l'uomo non avrà coscienza finché non si risveglierà dal suo torpore.
Il dio del Pleroma allora (spesso visto come il Dio del Nuovo Testamento, in contrapposizione con il demiurgo, il dio ignorante e malvagio della Genesi e dell'Antico Testamento), per insegnare agli spiriti prigionieri come liberarsi dalla prigione dei loro corpi, inviò l'eone Gesù sulla terra.
In quanto essere spirituale, Gesù assunse solo le apparenze di essere umano, mantenendo però sempre la sua natura divina, dal momento che la divinità non poteva amalgamarsi e degradarsi con la materia.32
Divenendo così consapevoli, attraverso la Gnosi, della propria natura spirituale e della loro condizione di essere stranieri in questo mondo, gli gnostici cercavano di liberare se stessi dalla prigionia della materia, attraverso particolari rituali e pratiche ascetiche, per poter di nuovo ritrovare la verità, realizzare cioè il ritorno al Pleroma, l'ascensione interiore verso la perfezione spirituale.
I principi fondamentali su cui si basava lo gnosticismo cristiano possono essere così sinteticamente riepilogati:
- L'anima è pre-esistente alla nascita e sopravvivente alla morte. Credevano nella reincarnazione. Per gli gnostici la reincarnazione (come del resto per Platone e per le dottrine orientali) ha una connotazione negativa, in quanto è una costrizione dello spirito ad essere imprigionato continuamente in nuovi corpi di carne, invece che liberarsi nella completezza spirituale del Pleroma.33
- La luce divina è in te.
- Il regno di Dio è in mezzo a noi.
- La Gnosi (conoscenza della verità) è in te.
- La salvezza va cercata in te, non in una futura resurrezione ultraterrena. Il fedele gnostico può accedere direttamente alla visione della divinità e alla sua personale salvezza, senza bisogno di alcun elemento di mediazione tra l'uomo e Dio, senza bisogno cioè di dogmi di fede, o di testi sacri o di apparati e di gerarchie ecclesiastiche. Questo spiega perché gli gnostici vennero considerati pericolosi e sovversivi dalla neonata Chiesa cattolica e ortodossa dell'epoca che li costrinse a rifugiarsi nella clandestinità.34
- Il corpo è la prigione dell'anima. L'obiettivo è liberarsi dalle passioni terrene, con cui sei stato reso prigioniero in questo mondo illusorio. Si avverte in questo una forte somiglianza con i principi della filosofia platonica, ma anche della religione buddista.
- Uomo e donna hanno uguali diritti in ambito sia religioso che sociale. Ciò scaturisce dal principio che nella divinità, secondo gli gnostici, è presente sia il principio femminile che quello maschile. E qui riscontriamo una forte somiglianza con il principio dello ying e dello yang delle filosofie religiose orientali (Taoismo).
A seconda del grado di conoscenza raggiunto, gli gnostici si dividevano in tre gruppi:
I materiali o credenti (hulikos), gli animati o uditori (psykhikos), gli spirituali o eletti (pneumatikos). Questi ultimi, veri guardiani della Gnosi salvatrice, erano i capi supremi del culto gnostico.
Nonostante le persecuzioni cui furono sottoposte nella storia tutte le popolazioni di fede gnostica, i principi fondamentali di queste dottrine sono giunti fino a noi, grazie soprattutto al ritrovamento di Nag'Hammadi, ma anche ad alcune organizzazioni religiose segrete che, lungo il corso della storia, le hanno riprese e tramandate. Una delle più importanti, per numero di devoti e per la loro vasta distribuzione nel periodo medioevale fu quella dei Catari35 o Albigesi, fioriti nella Francia meridionale tra l'XI e il XIII secolo. I Catari credevano nel dualismo del bene e del male, rappresentati rispettivamente dal Cristo e dal demiurgo. Credevano inoltre che il demiurgo avesse creato il corpo per imprigionare l'anima e che la sua liberazione potesse avvenire, non attraverso la resurrezione della carne, ma solo attraverso la conoscenza intuitiva e l'illuminazione ricevuta dagli insegnamenti delle "parole segrete" di Gesù.36
SANT'AGOSTINO (354 - 430 d.C.)
Un grande filosofo della cristianità è senz'altro Sant'Agostino37, per il quale gli oggetti essenziali del sapere filosofico sono solo due: l'anima e Dio. Conoscere l'anima significa socraticamente, conoscere noi stessi; conoscere Dio vuol dire conoscere la nostra origine. Deum et animam scire cupio: desidero ardentemente conoscere con certezza Dio e l'anima. E null'altro, afferma Agostino.38
Egli raccoglie l'eredità di Platone e tenta di adattare, sia pure in modo imperfetto, molti aspetti del platonismo alla visione cristiana dell'uomo.
L'anima per Agostino non è pre-esistente al corpo, non è forma del corpo, non dipende dal corpo, ma è "una certa sostanza, partecipe di ragione, addetta a governare il corpo".39
È sostanza completa, semplice40, personale, immortale.
È creata per volontà di Dio.
Come per Platone così anche per Agostino la verità deve consistere in idee immutabili, non può derivare dall'esperienza nel mutevole mondo materiale; queste idee però sono conoscibili non per reminiscenza (l'anima per Agostino non ha vissuto vite precedenti41), ma per illuminazione, vale a dire attraverso l'intervento di Dio, che rende l'anima capace di conoscere la verità in se stessa.42
L'anima è presente tutta in tutto il corpo e in ciascuna parte di esso. Tuttavia, "l'anima non è nel soggetto-corpo, perché essa è sostanza".43
L'anima umana è disgiunta dal corpo, è sostanza immortale in quanto sede di un sapere immutabile:
... quando ragioniamo è l'anima a farlo. Ed essa solo può farlo. E a capire non è il corpo né l'anima con l'aiuto del corpo, perché l'anima, quando vuole capire, si allontana dal corpo.44
L'anima è la sede della rivelazione del divino:
L'uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio soprattutto per quanto riguarda l'anima.45
Agostino condivide con il neoplatonismo (Plotino) l'idea che l'anima per sua natura sia chiamata a rompere i vincoli con la carne e a realizzare un progressivo distacco dal mondo, fino ad elevarsi alla contemplazione delle realtà eterne e a ricongiungersi con Dio, nel profondo di sé.
"Dio è più intimo di quanto non lo sia io per me stesso", scriveva Sant'Agostino.46
La via d'accesso verso la realtà più intima dell'anima è l'esperienza interiore, la riflessione sulla propria interiorità, la "confessione"47 appunto come riconoscimento della propria realtà intima; in una parola ciò che nel linguaggio moderno si chiama coscienza.
Per Agostino l'anima "è per sé", intendendo con questa espressione non che essa possa sussistere senza Dio, ma che, a differenza del corpo, non ha bisogno di muoversi né di cambiare per sussistere.48
In merito ai grandi temi dell'anima e di Dio, la religione cristiana completa, per Sant'Agostino, la filosofia neoplatonica. Al punto che egli afferma:
Filosofia, cioè ricerca della saggezza, e religione sono la stessa cosa: questo è il principio della salvezza per l'uomo.49
La vera filosofia dunque coincide con la vera religione poiché entrambe, sostanzialmente, hanno per oggetto Dio.
La vera religione, infatti, non rende inutile la filosofia, ma la rende parte integrante della religione stessa e ne fa l'attività mediante la quale l'uomo si eleva dalle realtà materiali a quelle spirituali, dai beni temporali a quelli eterni, esercitando la ragione e quindi la ricerca della Verità.50
La definizione di vera religione, per Agostino infatti, è quella in virtù della quale l'anima, ritrovando la strada smarrita a causa dei suoi coinvolgimenti terreni, ristabilisce il suo legame con l'unico Dio, legame che aveva come rotto peccando, cioè deviando51 dal disegno divino.52
SAN TOMMASO D'AQUINO (1225 - 1274)
San Tommaso d'Aquino è il principale esponente della Scolastica53, canonizzato nel 1323 e dichiarato Doctor Angelicus nel 1567.
Il suo pensiero è stato assunto come dottrina ufficiale dell'ordine domenicano e definito philosophia perennis dall'enciclica di Leone XIII (Aeterni Patris, 1879).
In primo luogo Tommaso rivendica anche per la teologia il carattere di scienza. Come ogni forma di sapere scientifico, anche la teologia razionale riesce, partendo da determinate premesse date per certe (il testo della rivelazione, cioè le Sacre Scritture), a dimostrare per via deduttiva alcune importanti verità: l'esistenza di Dio, l'immortalità dell'anima umana e soprattutto la creazione divina del mondo.54
In merito all'anima, San Tommaso d'Aquino asserisce in sintesi che:
L'anima è la "forma sostanziale" del corpo.55
L'anima e il corpo, insieme, costituiscono l'uomo come unità, ma l'anima è indipendente dal corpo.
Vediamo di capire in che cosa consista questa indipendenza, per Tommaso.
Corpo ed anima sono una sola sostanza: "Il corpo e l'anima non sono due sostanze esistenti in atto, ma dalla loro unione risulta una sola sostanza in tutto".56
Ciò significa, in sintesi, che l'anima non è un ente dotato di una propria sostanza. Non è cioè un qualcosa che possa sussistere senza la materia del corpo. Non può, in quanto "forma" del corpo, separarsi dal corpo.57 Perlomeno finché questo è vivo.
Alla morte del corpo, infatti, l'anima diventa sostanza e sussiste di per sé, indipendente dal corpo.
Ecco perché viene chiamata forma "sostanziale" del corpo: nel momento cioè in cui il corpo cessa di vivere, l'anima diventa "sostanza" (essentia in termini tomistici), acquisisce cioè un'indipendenza, seppur temporanea, dalla materia. L'anima dunque, pur essendo solo la forma del corpo (analogamente a quanto già ampiamente visto con Aristotele), è però anche in grado di sussistere per suo conto, in quanto essa esercita operazioni sue proprie, per le quali non ha bisogno di alcun organo corporeo.
In altre parole, Tommaso cerca, da un lato, di difendere la teoria aristotelica che considera l'anima come forma del corpo e dall'altro, di riaffermare l'immortalità dell'anima, attribuendole una natura spirituale e capace di esistere in modo autonomo rispetto al corpo stesso, ma solo quando quest'ultimo cessa di vivere e solo temporaneamente, cioè fino alla ricongiunzione con il corpo dopo il giudizio universale. Allorché si attuerà la ricostituzione dell'unità anima-corpo, secondo il dogma della resurrezione della carne.58
Ricordiamo che il magistero della Chiesa cattolica ha fatto propria la dottrina tomistica sull'anima come "forma del corpo" e l'ha consacrata nei Concili Ecumenico XV (1311)59 e Lateranense V (1513)60. Il dogma che il credente debba considerare l'anima come forma del corpo fa parte dell'attuale Catechismo della Chiesa cattolica.61
L'ANIMA NELLA BIBBIA E NELLA TEOLOGIA CATTOLICA
Il Cristianesimo insegna costantemente l'"unità psicofisica" della persona umana, unità di corpo e di anima, unità presente ed escatologica, rigettando qualsiasi distinzione dualistica tra anima e corpo. L'essere umano è creato da Dio in anima e corpo come il culmine della creazione. L'anima umana è creata direttamente da Dio. L'anima non preesiste al concepimento e non è generata dai genitori. L'anima è individuale, personale e immortale. L'anima è la forma del corpo.
Nell'Antico Testamento non si trova una teorizzazione sistematica sull'anima, ma vi è già affermata l'esistenza nell'uomo di due principi:
L'uno materiale (afar, polvere, terra, o bashar, carne), l'altro spirituale (rûah, spirito, o néfesh, anima).
La rûah sarebbe il principio vitale che Dio insuffla nel corpo umano; il termine néfesh significherebbe invece il principio vitale delle attività inferiori (vegetative, sensitive). I due termini non rappresentano due sostanze distinte, ma piuttosto due aspetti dell'attività di un unico principio, per cui si può affermare che nell'Antico Testamento le parti costitutive dell'uomo sono due e corrispondono a quelle della filosofia scolastica: corpo e anima. Non si pone invece il problema dell'immortalità dell'anima.
Nel Nuovo Testamento il concetto di anima viene a precisarsi meglio con il termine pneuma, che rappresenta l'anima nelle sue alte funzioni intellettuali e nella sua attività soprannaturale.
Anche il Nuovo Testamento comunque non incentra la sua attenzione sull'immortalità dell'anima, ma, quando afferma che il pneuma, separandosi dal corpo, abita presso il Signore62, fornisce una premessa preziosa alla dottrina dell'immortalità dell'anima.
Secondo la moderna teologia cattolica63 l'anima è un principio ontologico, non un elemento indipendente a sé stante che sarebbe pervenuto in qualche modo ad unirsi con l'elemento materiale. Infatti l'anima forma, assieme con il principio della spazio-temporalità fisica (materia), un unico ente, l'uomo.
Come già visto per Tommaso, l'anima non cessa di esistere con la morte. È propria dell'anima l'immortalità, anche se essa è da pensare non come un semplice "perdurare" nella stessa maniera di prima, ma come perfetto compimento sovratemporale della persona spirituale, che si "a-temporalizza" liberamente nel tempo, e si concretizzerà poi, conformemente alla rivelazione, nella resurrezione della carne.64
È un dogma della fede cristiana che tutti gli uomini risorgeranno e saranno sottoposti al giudizio divino, in cui Gesù sarà il giudice. La resurrezione di tutti alla fine dei tempi costituisce, con il giudizio universale, la manifestazione del compimento del regno di Dio e della salvezza. Già accennata in testi dei profeti Osea, Ezechiele, Isaia e anche, secondo alcuni, nel Libro di Giobbe, la risurrezione generale è affermata nel Libro dei Maccabei (7, 9), insegnata da Gesù, proclamata dagli apostoli, professata in tutti i simboli di fede.
I corpi risorti subiranno una trasformazione misteriosa che li sottrarrà alla corruzione e alla morte. I giusti risorgeranno gloriosi; sul loro corpo, cioè, si rifletteranno le condizioni del loro stato di felicità nel regno della gloria di Dio. I teologi, nel tentativo di determinare le qualità del corpo risorto glorioso, parlano di impassibilità, chiarezza, agilità e sottigliezza, per dire che il corpo glorioso sarà sottratto alla sofferenza, alla opacità, alla pesantezza e all'impenetrabilità, caratteristiche del mondo terreno.
Un eminente teologo, il prof. Don Antonio Contri, presidente del GRIS65, ci fornisce una esposizione chiarificatrice sulla complessa visione antropologica cristiana, nella quale del resto, come osserva lo stesso Contri, non mancano sintesi talvolta contraddittorie:
-
La concezione antropologica della teologia biblica ebraico-cristiana non ha una sola espressione. Perché l'antropologia è solo uno strumento cultural-concettuale col quale la Sacra Scrittura esprime il messaggio che ad essa unicamente pertiene ed interessa: la recezione umana della salvezza sia nel presente "eone" (gr.: aiòn) sia in quello futuro. La Bibbia infatti non è un manuale di scienze umane, ma un "catechismo" su quella che alcuni teologi soprattutto tedeschi chiamano "storia della salvezza".
- a) Si dà una visione antropologica semitica (nei libri scritti in ebraico ed aramaico dell'AT66), secondo cui l'uomo è un "unicum" indivisibile che può ugualmente essere chiamato nefesh (da noi occidentali superficialmente sempre tradotto con "anima") e bashar (che noi occidentali non chiaramente traduciamo con "carne", "corpo"). Quindi si può tranquillamente trovare nell'AT l'affermazione che l'anima muore (con grande soddisfazione dei miei oppositori Testimoni di Geova).
- b) Si dà - nei libri dell'AT scritti in greco - una visione antropologica greca (praticamente platonica, medio-, neo-platonica), per cui psyché - che (oltre a "vita") si può tradurre "anima" - è un elemento separabile dal "soma" (corpo).
- c) Nel NT poi, scritto da semiti che volevano evangelizzare il mondo greco nella sua cultura, si può dare talvolta una e talaltra una seconda risposta (ma la prevalenza sta per la prima).
-
Ecco perché nella storia dei massimi teologi cristiani troviamo Agostino (platonizzante) che dice "Ego animus", e Tommaso d'Aquino (aristotelico) che preferisce "anima (unica) forma corporis" (ambedue questi elementi formanti un "sinolo"). Tra le "stranezze" che se ne possono dedurre dirò soltanto che per il Vescovo d'Ippona67 l'uomo sembra essere un "puro spirito" come l'angelo, con la zavorra del corpo; per il filosofo-teologo domenicano68 è facile scivolare, sulla concezione della vita ultraterrena, nel concetto di "anima separata".
Tra i Protestanti (vedi per es. Oscar Cullmann) e buona parte di noi Cattolici esiste una divergenza di formulazione preferita: i primi difendevano la risurrezione dei corpi (della "carne", dell'uomo, dei morti); mentre noi - specialmente un tempo - parlavamo d'immortalità dell'anima (considerata come "substantia" realmente divisibile dalla materia).
Il "Catechismo della dottrina cristiana" di Pio X (anno 1912) - assumendo le categorie aristoteliche - alla risposta n. 60 definiva l'uomo "un essere ragionevole composto d'anima e di corpo". Tutto sta nel vedere cosa s'intende con quel "composto". Nel "Catechismo della Chiesa cattolica" (anno 1992), se si compulsa l'ampio Indice generale, è difficile trovare una "definizione" in formis dell'uomo. Un passaggio che potrebbe avvicinarsi alla soluzione b) è quello del n. 1703: "Dotata di un'anima spirituale ed immortale, la persona umana..."; ma vi campeggia quel grande concetto di "persona" che è una gloria della storia del pensiero cristiano.
Oggi la stragrande maggioranza dei filosofi e teologi cattolici ritiene che l'uomo debba definirsi come essere bidimensionale, ma sicuramente unico ed essenzialmente unitario.69
Nel Cristianesimo la salvezza70 dell'anima umana avviene attraverso la "grazia" divina, cioè attraverso un intervento esterno da parte di Dio. L'uomo in altre parole è ritenuto incapace di salvarsi da sé. Cristo è il Redentore e non ci può essere salvezza al di fuori di Lui.
Ricordiamo che invece nell'Ebraismo e nell'Islam la salvezza può avvenire solo attraverso l'"osservanza", cioè l'obbedienza alla legge divina. Mosè e Maometto dunque sono legislatori e profeti.
Nell'Induismo, Buddismo, Taoismo, Confucianesimo, la "salvezza" avviene invece attraverso la "conoscenza" (come era per gli gnostici). Quindi Buddha e Confucio sono solo uomini, maestri che hanno indicato una strada di conoscenza interiore attraverso cui chiunque può salvarsi.71 Sono queste le religioni che vengono anche definite "del Sé", o semplicemente gnostiche. E indubbiamente Scientology, come vedremo meglio più avanti, è collocabile a pieno merito in quest'ultimo gruppo.
continua con la seconda parte...
Note:
1 L. Ron Hubbard, Ron's Journal 68.
2 Da Invito al pensiero di Henri Bergson, Carlo Migliaccio, Mursia, 1994.
3 Cfr. L. Ron Hubbard, Una nuova ottica sulla vita, New Era Publications ApS.
4 Ad esempio, nella Repubblica (X,611, E), Platone parla dell'anima come "congenere
(synghenès), consimile al divino, all'immortale, all'eterno".
5 Il sanscrito è un'antica lingua indeuropea, attestata in India a partire dal sec. X a.C. Fu una lingua in uso principalmente presso le persone di elevata cultura.
6 Dante Alighieri, La Divina Commedia, Purgatorio, X, 125.
7 Cioè ce n'è una per tutti oppure ognuno ne ha una?
8 Dal Fedro, Platone.
9 Personale nel senso di relativa a un corpo e a uno solo, specialmente in quanto
comprendente le peculiarità somatiche individuali di una persona. Dal latino persona, maschera, poi diventata nel linguaggio comune "individuo".
10 Dal Teeteto, dialogo di Platone dedicato alla matematica.
11 In greco Léte ("oblio"), fiume dell'oltretomba al quale, secondo Platone, le anime destinate a entrare in nuovi corpi si abbeveravano per dimenticare la vita passata. Dante (usando la accentazione Letè) denominò così il fiume che cancella il ricordo del peccato. Immaginò che scorresse nel paradiso terrestre e che le sue acque scendessero al centro della terra.
12 Teoria della Reminiscenza.
13 L'iperuranio (da hyper ‘sopra' e ouranios ‘celeste', ‘relativo al cielo') è il luogo al di là del
cielo, in cui Platone colloca il mondo delle idee intese come sostanze immutabili ed eterne.
14 Dal greco synolon, "il tutto insieme", composto di syn, ‘insieme' + hólos, ‘tutto'.
15 Aristotele, De anima.
16 È questa la teoria dell'ilemorfismo, enunciata da Aristotele e più tardi assimilata dalla dottrina cristiana, seppur con modifiche mediate dalla filosofia araba ed ebraica; secondo l'ilemorfismo ogni essere corporeo è costituito da due parti essenziali, la materia (hyle) e la forma (morphè), congiunte in unità.
17 In greco: nous poieticòs.
18 Cfr. Aristotele, Generazione degli animali.
19 Cfr. Aristotele, De anima.
20 Anche nel mondo arabo, analogamente a quanto avvenne per quello cristiano, ci fu in periodo medievale una scolastica, cioè una ricerca similare dell'armonia tra filosofia e religione, tra ragione e verità rivelata nel Corano. I maggiori esponenti della scolastica araba furono Avicenna, Averroè e Al Farabi.
21 Grande importanza ha nella storia della filosofia l'interpretazione della dottrina aristotelica dell'intelletto attivo da parte di Alessandro di Afrodisia (filosofo greco, fine del II e inizio del III sec.), esposta nel Trattato sull'anima (Alessandrismo). Alessandro di Afrodisia identificò l'intelletto attivo, universale e incorruttibile, con Dio stesso, distaccandolo nettamente dall'intelletto individuale umano che, per essere strettamente legato alla struttura dell'organismo, muore col corpo. L'Alessandrismo fu condannato dal V Concilio Lateranense del 1513. Esso ebbe i suoi centri nelle Università di Padova e di Bologna e i suoi maggiori rappresentanti in Pietro Pomponazzi (1462-1525) e Iacopo Zabarella (1533-1589).
22 Attico, citato da Eusebio di Cesarea (265-340), storiografo cristiano, vescovo greco, in
Preparazione al Vangelo.
23 Al solo fine di evidenziare la somiglianza tra il pensiero filosofico aristotelico e quello
teologico cattolico a proposito dell'anima umana, basti qui esaminare quanto contenuto nel
Catechismo della Chiesa Cattolica, parte prima, sezione seconda, capitolo I, paragrafo 6, II,
"Corpore et anima unus" - Unità di anima e di corpo, 365: "L'unità dell'anima e del corpo è così profonda che si deve considerare l'anima come la forma del corpo (Concilio di Vienne, 1312); ciò significa che grazie all'anima spirituale il corpo, composto di materia, è un corpo umano e vivente; lo spirito e la materia nell'uomo, non sono due nature congiunte, ma la loro unione forma un'unica natura". E subito dopo, 366: "La Chiesa insegna che ogni anima spirituale è creata direttamente da Dio – non "prodotta" dai genitori – ed è immortale: essa non perisce al momento della sua separazione dal corpo nella morte, e di nuovo si unirà al corpo al momento della risurrezione finale." (grassetti aggiunti, N.d.A.). Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, 2006.
24 È per questo che l'approccio laico - scientifico ha preso, anche in tempi moderni, il nome di "pensiero orizzontale".
25 Cfr. sezione riguardante S. Tommaso d'Aquino.
26 Per approfondimenti: I Vangeli Gnostici di Elaine Pagels, Oscar Mondadori.
27 Ricordiamo che forme gnostiche di conoscenza salvifica sono presenti anche nell'Induismo e nel Buddismo delle origini. Quest'ultimo rappresenta per alcuni addirittura una forma pura, priva cioè di riferimenti mitologici, di conoscenza gnostica. Cfr. G. Filoramo, Manuale di storia delle religioni, parte II: Religioni dualiste, Gnosi, Editori Laterza, 2001.
28 da apokryphos: 'nascosto', 'secreto'.
29 Dal latino tardo pleroma: 'pienezza, completezza, compimento'.
30 Dal greco aiòn: 'eterno'.
31 Dal greco demios, cioè 'del popolo', e un derivato di ergon, 'lavoro', cioè 'lavoratore',
quindi compositamente 'artigiano'. È questa una evidente ripresa dell'artefice divino di cui parla Platone nel Timeo, così come una rilettura negativa del Dio creatore dell'Antico Testamento.
32 Ecco perché lo gnostico Basilide predicava che era stato un altro, Simone di Cirene, a morire sulla croce e non Cristo.
33 La dottrina della Gnosi faceva riferimento soprattutto alla “resurrezione” spirituale (cioè ad una rinascita spirituale) e alla “resurrezione” fisica (cioè la reincarnazione) in netto contrasto con il concetto di una resurrezione consistente in gente che dorme nella propria tomba fino a che arriva un tempo in cui i loro cadaveri riescono a trascinarsi fuori da quella stessa tomba. Secondo gli gnostici invece, l'anima è semplicemente costretta a reincarnarsi fino a che non sia in grado di conseguire la rinascita spirituale, cioè il ritorno al Pleroma.
34 Cfr. in proposito Elaine Pagels, Il Vangelo Segreto di Tommaso, Oscar Saggi Mondadori, 2005
35 Dal greco catharos: 'puro'.
36 Pressoché tutti i Catari della Francia meridionale vennero torturati, sterminati, bruciati sul rogo nel corso della crociata decretata da papa Innocenzo III nel 1209. Si calcola oggi che vennero eliminate circa un milione di persone. Solo pochi riuscirono a fuggire e, alcuni di loro, a riparare in Italia, ove tuttavia divennero oggetto di persecuzione della Santa Inquisizione. Cfr. sezione più avanti “La persecuzione e repressione del pensiero mistico”.
37 Opere di maggior interesse in merito all'anima umana: De Trinitate, De immortalitate animae, De quantitate animae, De vera religione, Le confessioni.
38 Sant'Agostino, Soliloquia, i, ii,7.
39 In latino: regendo corpori adcommodata (De quantitate animae xiii,22). È interessante qui l'uso del verbo latino regere, 'dirigere, guidare, governare'. L'anima è dunque in grado di controllare il corpo, non è funzione del corpo, non è forma del corpo, ma appunto incaricata (da Dio) di governare, cioè di gestire causativamente il corpo, analogamente all'esempio platonico dell'anima che governa il corpo come un nocchiero che governa la propria nave, ma ne è tuttavia distinto e superiore.
40 Semplice in quanto priva di quantità. La “simplicitas” di Agostino è simile all'aplosis [dal gr. haplòos 'semplice'] del filosofo neoplatonico Plotino, ovvero la pura luce dell'intelligenza, che non ha alcun contenuto, non pensa niente, non vuole niente.
41 In alcuni passi degli scritti di Sant'Agostino emerge tuttavia una sorta di attrazione verso la dottrina della reincarnazione, ad esempio in Contra academicos: “Il messaggio di Platone, il più puro, il più luminoso di tutta la filosofia, ha finalmente dissipato le tenebre dell'errore e ora traspare soprattutto attraverso Plotino, così simile al suo maestro che crederesti che Platone sia rinato nella sua persona” o ancora nelle Confessioni: “Dimmi o Signore se la mia infanzia successe ad altra mia età morta prima di essa? E prima ancora di quella vita, o Dio, fui forse in qualche luogo o in qualche corpo?”.
42 Sant'Agostino, De vera religione: “In interiore homine habitat veritas” (la verità è
nell'interno dell'uomo).
43 Sant'Agostino, De immortalitate animae, x, 17: “Animus non est in subjecto corpore, quia substantia est”.
44 Sant'Agostino, De immortalitate animae, i, 1: “… a corpore avertitur”
45 Sant'Agostino, Commento alla Genesi.
46 In latino: “Deus intimior intimo meo”.
47 Il termine "confessione" deriva dal latino classico confiteri = composto da cum, 'con' e fateri 'esprimere, far conoscere, rivelare' che risale all'antichissima radice fa, 'parlare, dire' (dal verbo fari, come per 'favola'). Quindi il significato originario di confessare era semplicemente quello di 'parlare con qualcuno'. Con Dio, nel caso delle Confessioni agostiniane.
48 In proposito, giova anche menzionare quanto descritto da Incmaro di Reims (806-882) nel De diversa et multiplici animae ratione: “Quando poi l'anima con la volontà, cioè con quel movimento che non è locale, muove il suo corpo nello spazio, non ne consegue che anch'essa si muove localmente. Allo stesso modo noi vediamo che qualcosa è mossa localmente da un perno (a cardine) per un grande spazio, mentre il perno stesso non cambia affatto posizione”.
49 Cfr. Sant'Agostino, De vera religione, V, 8.
50 Cfr. L. Ron Hubbard, Phoenix Lectures: “La religione può abbracciare in sé le tradizionali dottrine sacre, la sapienza, la conoscenza degli dei, delle anime e degli spiriti e potrebbe essere chiamata, con un uso molto ampio della parola, una filosofia.” Cfr. L. Ron Hubbard, Why doctor of divinity? Professional Auditor Bulletin 32, 7/08/54: “… Religione è fondamentalmente un insegnamento filosofico teso al miglioramento della civiltà nella quale esso è insegnato” ().
51 Oppure, usando un termine scientologico, aberrando, dal lat. ab 'da' ed errare 'vagare': allontanarsi dalla retta via. Cfr. più avanti sezione “L. Ron Hubbard – Scientology”.
52 È evidente, in Sant'Agostino, il riferimento alla derivazione etimologica di religio da religare: legare, mettere in relazione, unire in un legame profondamente intimo, individuale, sacrale e spirituale una realtà terrena con una realtà ultraterrena, divina. In virtù di tale religiosità, l'anima ritrova il suo legame con Dio e si ri-orienta verso Dio. E ciò è ancora più evidente nella pratica confessionale di Scientology, ove addirittura si parla di “ponte” tra l'umano e il sacro, tra il terreno ed il divino.
53 La Scolastica è il pensiero teologico e filosofico del medioevo cristiano.
54 Quella della creazione del mondo da parte di Dio era allora una questione cruciale perché negata da Aristotele, sostenitore dell'eternità del mondo.
55 È evidente in tutta la filosofia tomistica, ma in particolare nei suoi scritti dedicati all'anima umana, una incisiva e preponderante influenza aristotelica.
56 Dalla Somma contro i Gentili, Tommaso d'Aquino. Si confronti anche quanto scritto
nell'attuale Catechismo della Chiesa Cattolica: “Lo spirito e la materia nell'uomo, non sono due nature congiunte, ma la loro unione forma un'unica natura”.
57 Cfr. anche la dottrina della Consustanzialità: come ci sono in Cristo due nature (umana e divina) fuse nella stessa sostanza e legate da una unione indissolubile, così nell'uomo anima e corpo sono fusi indissolubilmente in una unica sostanza.
58 Non si tratta ovviamente della resurrezione del corpo animale finito nella tomba, ma di quello che Paolo, nel capitolo 15 della prima lettera ai Corinzi, definisce un corpo spirituale (soma pneumatikon), un corpo incorruttibile, dotato di gloria, di potenza e di immortalità. Paolo non intende con questo un qualcosa di evanescente o simile ad un ectoplasma, ma semplicemente il corpo risorto, la persona umana pienamente pervasa dal “pneuma”, dallo Spirito divino.
59 In particolare, il Concilio Ecumenico XV che si tenne tra il 1311 e il 1312 nella cittadina di Vienne in Francia, promulgò il decreto Fidei Catholicae Fundamentum (Fondamento della fede cattolica), nel quale fra l'altro si legge: “Rigettiamo come erronea e contraria alla verità della fede cattolica ogni dottrina e tesi che temerariamente asserisce o suggerisce sotto forma di dubbio che la sostanza dell'anima razionale o intellettuale non è di per sé la forma del corpo umano… definiamo che chiunque oserà affermare, difendere o sostenere con ostinazione che l'anima razionale o intellettiva per sé ed essenzialmente non è la forma del corpo umano, debba essere ritenuto eretico.” (grassetti aggiunti).
60 Il Concilio Lateranense V, così chiamato perché si svolge nella cattedrale papale, la basilica di S. Giovanni in Laterano, si tenne nel 1513 e sancì che: “…Col consenso di questo santo Concilio, condanniamo e riproviamo quanti affermano che l'anima intellettiva è mortale o che è unica in tutte le persone. Essa infatti non solo esiste veramente, di per sé ed essenzialmente, in quanto forma del corpo umano, come si legge in un canone… del Concilio di Vienne, ma è anche immortale ed è e dev'essere distribuita, data la moltitudine dei corpi nei quali è infusa singolarmente”. (grassetti aggiunti).
61 Si veda, in proposito, la nota 23.
62 I Epistola di Pietro 3, 19; Epistola agli Ebrei 12, 23.
63 Cfr. Karl Rahner, Herbert Vorgrimler, Dizionario di Teologia, Tea, I Dizionari UTET.
64 Ibidem.
65 GRIS - Gruppo di Ricerca e Informazione Socio-religiosa - (denominato fino all'anno 2001 Gruppo di Ricerca e di Informazione sulle Sette).
66 AT: Antico Testamento.
67 Sant'Agostino, vescovo di Ippona dal 395 al 430.
68 San Tommaso d'Aquino, domenicano.
69 Da lettera del 18 Aprile 2008 inviata ai dirigenti di Scientology da Don Antonio Contri,
Docente emerito di Teologia, Presidente del GRIS - Gruppo di Ricerca e Informazione Socioreligiosa.
70 La dottrina che riguarda la salvezza è chiamata soteriologia (da soterìa, 'salvezza' e logos, 'studio').
71 Per approfondimenti: Vito Mancuso, L'anima e il suo destino, Scienza e Idee, 2007.
